È oramai sera e da poco ha smesso di piovere. Sono a piedi, in una cittadina che somiglia a Viareggio, in una zona dell’abitato che dista un po’ dal mare e per rientrare verso il lato Nord del paese devo superare il fiume. L’elegante ponte levatoio pedonale di metallo e legno è quasi un chilometro più a valle, verso il mare e a quest’ora potrebbe essere sollevato per la notte.

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[Racconto pubblicato su The Best, 1/2011]

Due miglia al largo della costa, esposta a Occidente; il cielo è quasi sereno; la visibilità è ottima; da diciotto ore soffia un vento fresco di Maestrale, con raffiche di vento forte; cavalloni alti, dalle creste imbiancate di schiuma, vengono incontro costanti, da una distesa di blu e di biancastro a perdita d’occhio; gli spruzzi da prua percorrono facilmente i trentasette piedi che bastano a raggiungere e superare il pozzetto e ogni spruzzo incrementa il deposito salmastro.

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Quando la sveglia ha suonato avrei dormito volentieri ancora a lungo. Mi sono alzato dal letto e sono andato a sedermi altrove, per un adempimento lieve e veloce, con il telefonino tra le mani.

Vi chiedo perdono: per un mio errore nel gestire la posizione della pagina che contiene questo articolo, i commenti dei lettori e le relative risposte da parte mia si trovano suddivisi tra due luoghi differenti, seppure apparentemente identici.
Se non trovate in uno ciò che cercate, provate nell’altro: l’uno raggiungibile facendo clic su “Leggi tutto”, qui sotto, oppure sul titolo dell’articolo riportato a destra, sotto Pagine > Racconti; l’altro, facendo clic sul titolo dell’articolo qui sopra oppure sul titolo a destra, sotto Articoli Recenti.

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La quarta ombra

dom 31 Ott 2010

Continua da qua…

Una sera di fine ottobre, stava venendo via dal lago quando il sole era già tramontato, dopo un paio d’ore di allenamento in kayak. Non c’era nessuno intorno. Si avvicinò all’auto, parcheggiata sul terreno argilloso alla base dei piloni alti alti del ponte stradale, sistemò nel baule lo zaino voluminoso e si sedette al volante.

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Già da qualche giorno

lun 25 Ott 2010

Già da qualche giorno aveva iniziato a vedere quelle ombre.

All’inizio, è normale, non vi aveva dato peso.

La prima fu talmente fuggevole! Aleggiò per un attimo così breve, di fianco alla Clio, lato passeggero, che, voltandosi per metterla a fuoco, già non la vide più; infatti, non gli tornò in mente fino a quando le ombre non divennero una serie.

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Intimo top uomo

mar 13 Lug 2010

[Articolo pubblicato su The Best Magazine #five]

Canotta, canottiera, maglietta intima, intimo top uomo, T-shirt a pelle, inner layer, camiciola, maglietta della salute…

Comunque la chiamiamo, sempre di quell’articolo si tratta.

La domanda è: d’estate sì o d’estate no?

Be’, dove non passa il freddo non passa neanche il caldo, secondo l’ammonimento popolare; lo dimostrano quelle popolazioni di zone torride del pianeta che indossano, per l’appunto, lana sulla pelle, sotto altri strati di vestiario.

So di alcuni che anche qua da noi, a tutt’oggi, utilizzano canottiere di lana, anche in piena estate; pure io ho portato, da giovane, dei capi intimi in lana, anche in piena stagione calda, passando poi a lana-fuori-cotone-sulla-pelle, per terminare con prodotti moderni, realizzati con fibre sintetiche; capi innovativi, sul mercato già da qualche tempo, pensati per gli sportivi, ai quali promettono l’allontanamento dell’umidità dalla pelle e la protezione contro l’umidità ambientale.

In effetti, indossando una di queste magliette non è che si smetta di sudare… magari! Tuttavia, c’è comunque una bella differenza: una camicia o una polo senza nulla sotto si attacca alla schiena umida, per di più raffreddandosi rapidamente, quando le condizioni ambientali variano, mentre uno strato intimo, specialmente uno di questi articoli tecnici, si frappone efficacemente tra epidermide e abbigliamento, mitigando di molto il disagio.

Intimo top uomo tecnologico

Intimo top uomo tecnologico

Io le indosso tutto l’anno e mi trovo molto bene: assorbono davvero buona parte dell’umidità, endogena o esogena che sia; hanno la mezza manica, sebbene di misura contenuta, la quale contribuisce non poco a proteggere le mie non più giovani spalle dai guasti che l’umido può procurare.

Però, siamo alle solite: quanto è più fico, per noi maschi, andare con una V di torace in bella vista, anziché mostrare una maglina della salute sotto la scollatura?

Quanto le ragazze aborrono questo capo maschile e quanto lo tollerano?

È chiaramente uno di quei casi in cui scendono in campo schieramenti contrapposti, come spesso avviene per l’abbigliamento.

Allora, se siamo alle solite, voglio sostenere la mia tesi: abbigliarsi confortevolmente non ha prezzo. Naturalmente, pure un bello stile è impagabile. Di sovente le due esigenze male si accordano, quando non contrastano addirittura.

Che fare?

Non c’è altro che utilizzare la propria buona misura, contemperando benessere e stile per quanto sia possibile, lasciando senz’altro prevalere l’aspetto che per ciascuno di noi riveste la maggiore importanza.

Insomma, ho scoperto l’acqua calda. Che ciascuno faccia come crede, da queste parti, per quanto bombardato da stimoli e impulsi di ogni sorta, generati e diffusi dalle cattedrali dell’apparire. Consapevole di essere tutt’altro che immune alle sirene dell’edonismo, mi contento di non dispiacere troppo ai più, per il modo in cui mi presento, concedendomi di rimanere il più possibile a mio agio fisicamente.

La mia compagna ha già minacciato di far scomparire dal mio cassetto le magliette tecniche bianche, assieme all’eredità di quelle in lana/cotone. Ebbene, non le do affatto torto, se non le piacciono; ma è pur vero che quelle tecniche bianche non le indosso mai a vista, riservandole ai casi, oggi rari, un tempo frequenti, in cui sopra indossi camicia e cravatta, mentre quelle di lana/cotone proprio non le metto da una vita.

Farò l’impossibile, invece, per continuare a portare le mie belle magliette tecniche di colore scuro, blu o nero, secondo l’occorrenza. Lei, la signora, non ha mai sudato in vita sua. Semmai, come diceva Sherlock Holmes, può darsi che qualche volta abbia traspirato. Una vera signora, non c’è dubbio. Gran classe.

Io, al contrario, faccio largo uso della termoregolazione epidermica e quindi non intendo esimermi dal vestirmi di conseguenza. Mantengo il controllo su molte delle mie manifestazioni animalesche: in presenza di terzi evito di effondere gas corporali, di nettarmi le narici con le dita e così via, per quanto forti queste pulsioni siano.

Quanto al sudore, invece, non so proprio come fare.

Mah. Vedremo come va a finire.

Così fan molti

ven 28 Mag 2010

[Articolo pubblicato su The Best Magazine #four]

L’iconografia nordoccidentale contemporanea propone il maschio umano in piedi, a gambe leggermente divaricate, che, utilizzando una o due mani, trascorre così, alquanto rigido, circospetto, quegli istanti di ritrovata leggerezza; istanti deliziosi, se vissuti con la rinnovata spensieratezza giovanile che la funzione promuove. Se, al contrario, si portano fin là le cure, i crucci e gli assilli del mondo, allora si perde la grande occasione che più volte al giorno si rinnova.

Il Pensatore di Rodin

Il Pensatore

A onta, però, di quella iconografia, non è mistero che molti di noi maschi la si faccia da seduti. Già.

È senz’altro più verosimile che ciò accada quando ci si trovi tra le mura del bagno di casa oppure in luoghi familiari, laddove ci si possa in ogni caso accomodare sulla seggetta confidando in una decente pulizia della stessa e dell’intorno.

Nei molti casi contrari, non rimane che allinearsi al modello; ma ogni volta in cui ricorra una fortunata circostanza, non sento ragioni: io la fo seduto.

Si noti che la stazione assisa non è abitudine di una minoranza: si scopre facilmente, infatti, che molti uomini la assumono ben volentieri.

Inoltre, da quanto mi risulta, svariate culture incoraggiano, per motivi di igiene fisica o emotiva o per senso dello stile o per comodità, dati anche i differenti abbigliamenti, il maschile accovacciarsi in quei frangenti, quando questo non venga addirittura imposto per esigenze religiose.

Bene, ma qua da noi, tutti i preliminari necessari per sedersi – ispezionare la seggetta, slacciarsi la cintura, aprire completamente i pantaloni, calarseli e calarsi l’intimo – assieme ai procedimenti finali inversi comportano un deciso incremento nel numero di operazioni e nella quantità di tempo: dovrà pur esservi qualche vantaggio a controbilanciare, altrimenti non si spiegherebbe la diffusione di una tale pratica, rispetto al più semplice aprire, frugare, estrarre, gioire, reintrodurre e richiudere.

Innanzitutto, vi è un indiscutibile beneficio: da seduti, risulta davvero improbabile che si possa mancare la mira, a meno che non vi sia contemporaneamente in atto un particolare turgore, il quale, non di meno, incide negativamente anche quando si pratichi la stazione eretta.

Può darsi che al genere femminile sfugga il motivo per il quale una procedura apparentemente semplice come il “Puntare – mirare – fuoco!” possa produrre, di sovente, risultati tanto catastrofici, allorquando vi si provveda all’impiedi: il fatto è che non si tratta di manipolare un’arma di precisione, ma di gestire un organo vivo e vivace, non compiutamente soggiogato dalla volontà, il quale non sempre accetta di dirigere il getto là dove si vorrebbe; evento che si verifica ancor più spesso ove vi sia interferenza di altri fattori, quali: prepuzio sovrabbondante, il quale venga a frapporsi tra bocca di lancio e bersaglio; stato di insufficiente veglia dell’urinante; eccesso di pressione idrodinamica a seguito di prolungato contenimento; svista momentanea; scarsa attitudine alla concentrazione; menomazione della capacità oculare; girovita da urlo; infagottamento da indumenti, specie nella stagione fredda, e così via. Senza meno, delle dimensioni importanti, oltre che costituire motivo di orgoglio per il fortunato, si rivelano utili in questi casi; ma si sa: si tratta di eccezioni; tutti gli altri, ossia la maggioranza dei maschi del nordovest del pianeta, per l’appunto, qualora intendano conservare in quei momenti il privilegio del bipedismo, non possono che gestire la situazione alla meno peggio, con risultati che, come rammentavo dianzi, esulano facilmente dall’ambito della decenza.

Però, non di sola efficienza si vive. Ossia, vi sono altre motivazioni, di carattere non utilitaristico, che possono spingere al mettersi comodi quando sopraggiunge l’ora della libertà.

Se quei momenti dorati li si spendono comodamente sistemati sulla ciambella, allora è possibile svolgere un’ampia gamma di attività collaterali, più o meno rilassanti, oppure restare del tutto inani, a godere delle intime sensazioni procurate dal proprio corpo che si esprime.

Ci si può dedicare alla lettura, seppure con estensione ridimensionata rispetto a quella possibile in caso di adempimenti di maggiore corposità.

Si può riordinare l’agenda del cellulare, cancellando i pochi appuntamenti già onorati, procrastinando i molti impegni in sospeso e programmando nuove attività che verranno poi rimaneggiate in analoghe occasioni future.

È possibile osservare, dalla finestra, il mondo e ciò che vi scorre: ove caotico, ove fluido, ove lento; le ore indaffarate e le ore immobili; i ritmi meccanici e i ritmi umani; il tempo bello e il tempo uggioso.

Si può intrattenersi al telefono, con facoltà di lasciare ignari gli interlocutori oppure renderli edotti della nostra attività corrente, secondo che si abbia il gusto dell’intrigo celato oppure palese.

Si può inebetirsi fissando il pannello di comando della lavatrice, con l’udito catturato dal rimbalzare cristallino delle nostre Marmore personali sopra la ceramica.

Il tutto, naturalmente, si applica laddove si tratti di farla tra quattro mura.

Nei casi in cui, al contrario, si effettui un pit-stop idraulico all’aperto, valicando il ciglio dello sterrato e addentrandosi nel sottobosco  di quel tanto che la decenza impone, magari giustificando la diversione con un birbante motto di spirito, del tipo “Vado un momento a soffiarmi il naso”, allora non vi è più grande soddisfazione escretoria, per l’uomo, di quella di dare il più libero e selvaggio corso alla rigenerante fuoriuscita, magari contribuendo con una volontaria pressione addominale, potendo scegliere tra l’affidarsi al caso e lasciare che la traiettoria sia la più accidentale possibile, salvo proteggere le retrovie, con il gingillo che frulla libero come sistola impazzita, oppure il sentirsi, al contrario, padroni del proprio destino, tenere salda la situazione e puntare con determinazione a quote vertiginose o a distanze da guinness.

Per lo meno, così è per la maggior parte di noi, qua nel bel mondo dei privilegiati, mutandati, pantalonati, cinturati, machisti, per i quali sarebbe quasi un delitto il perdere l’occasione di una potente e corroborante minzione in libertà.

Con la consapevolezza di aver svolto il tema in maniera nient’affatto esaustiva, erudita tampoco, mi garberebbe parecchio di conoscere altre opinioni; non solo dei maschi.

Da solo

mer 19 Mag 2010

Rientrato a casa dopo tre giorni fuori.

Ancora una volta ho goduto della grande fortuna di avere un appoggio di inestimabile utilità, nel pieno centro di Firenze, dove posso pernottare diverse volte alla settimana, quando i miei impegni dopolavoristici mi trattengono fino a ore in cui i treni per casa mia diradano: in questo modo, posso preservare preziose ore di sonno, che altrimenti spenderei nei viaggi e, ancor più, nelle attese alla stazione, dove sarei quasi regolarmente condannato ad aspettare, per alcune decine di minuti, l’ultimo treno, quello di mezzanotte e trentasette, per andare infine a letto all’una ampiamente passata.

Questa sera, come di solito avviene il mercoledì, sono invece nel mio nido personale, il quale mi è così intimo che pare che stia esso dentro di me, anziché abitare io al suo interno.

Sul treno avevo architettato di trifolarmi i porcini secchi che hanno atteso in dispensa molto a lungo. Al rientro trovo che sono ancora nell’ambito della data di scadenza e allora via.

Consultatomi con la mia musa, fin dalla stazione di Rifredi, mentre ero in attesa del mio convoglio, ho già il procedimento ben chiaro: sciacquarli più volte in acqua tiepida e poi metterli in una padella in cui già soffrigga dell’aglio. Semmai, del prezzemolo. Tutto qua: tanto ricordavo e tanto la mia ispiratrice mi ha confermato.

Alle 21:26 le invio un sms: “Le cose sembra anda x il meglio: lavatri avviata; funghi sciacqua già 2 volte, fragra di boletus in cucina; doppio CD dei Dire Straits; cielo pulito, solcato da una solitaria nube stratiforme, punteggiato da Venere, rischiarato da un quarto di luna crescente. Su tutto, un quesito: meglio due spaghi o una frittata, per i miei funghi?”

Suona già il volume due di “Alchemy”, i porcini si trovano a metà cottura, la lavatrice ha quasi terminato il ciclo, il cielo è definitivamente nero e sono le dieci di sera, ma la luce del mio cuore non ha risposto. Lo so: i compiti di Baby G, la cena da preparare e il cellu in carica in una stanza distante. Va tutto per il meglio anche là, ne sono sicuro… solitudine a parte.

Sarà il mezzo bicchiere di Merlot che mi sono concesso, a mo’ di aperitivo, ma mi sgorga un “Evviva!”

Buona serata a tutti.

Società di Mutuo Soccorso

mer 10 Mar 2010

(desiderosa di coccole) «Ho tanto freddo!»

Società di Mutuo Soccorso

Società di Mutuo Soccorso

(salace) «Allora fai così: affrettati a sbrigare 5 faccende domestiche quando avresti tempo a malapena per 3, esci di casa trafelata, ma non disperata, lascia stare l’automobile e corri a prendere il bus (nel tuo caso; il treno, nel mio, oppure il tram o la metro nel caso generale), quello che passa all’ora giusta per iniziare la giornata nel rispetto della scaletta che ti sei data per oggi, arriva alla fermata uno o due minuti prima di quello e goditi non soltanto il calore generato dall’attività muscolare (problema risolto), ma anche il senso di appagamento per il primo dei successi che conseguirai in questa nuova giornata della tua vita. Non ti pare?»

(rassegnata) «Sono in coda da 10 minuti… Grazie. La macchina si è scaldata».

(positivo) «C’est parfait. Risultato raggiunto, n’est-ce pas?»

(giocosa/ironica) «Assolutamente felice».

(domato) «Smack!»

T9

mar 26 Gen 2010

Il savio sui raffigurato mi ispira un pop, che reso non vi nando per telefono: ve lo rapito sua. Ciao casa.